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Scritto da  2014-12-24

I RISCHI DELLA SHARING ECONOMY

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I RISCHI DELLA SHARING ECONOMY
Image by Giulio Zucchetto
La rivista ‘Time’ l’ha definita una delle 10 idee che cambieranno il mondo: stiamo parlando della sharing economy, un modello economico che si basa sulla condivisione di risorse private attraverso i social media e i portali web. Il principio di fondo consiste nel mettere a disposizione i propri beni e servizi direttamente sul mercato, affrancati da molte delle problematiche del rischio imprenditoriale. Una grande porta aperta che conduce all’arena del tutti contro tutti, dove ognuno è un potenziale concorrente e cliente. Non stupisce che questa idea abbia avuto i suoi albori negli Stati Uniti, terra per eccellenza dei self-made-men - di cui questo nuovo modello rappresenta un’ulteriore, e più estesa, evoluzione.


Uber, TaskRabbit, HomeAway, Airbnb, per citarne alcune, sono aziende che con la filosofia della sharing economy sono in grado di raccogliere, nel mercato americano, finanziamenti in costante aumento, per svariati milioni di dollari. 

Da più parti si alzano cori che garantiscono un 2015 come l’anno in cui questo nuovo modello, già molto diffuso, aumenterà esponenzialmente il proprio giro d’affari. Si parla di innovazione imprenditoriale senza precedenti, svolta epocale e altre considerazioni condivisibili e apparentemente inoppugnabili, che guardano senza esitazioni al futuro. Ma su un cosa ci si sbaglia profondamente: che possa diventare una sorta di antagonista al capitalismo, una versione umana dello stesso, in cui prevalgono condivisione, solidarietà e addirittura empatia, come sostiene ad esempio l’economista Jeremy Rifkin, affermando che siamo di fronte a «
the rise of anti-capitalism». 

Si tratta invece di un ulteriore passo nella frammentazione e potenziale reificazione umana, facendo divenire auspicabile e prassi comune il considerare l’altruismo, la condivisione e gli stessi rapporti interpersonali come un'occasione di guadagno. Ritenere commercializzabile l’aiuto tra vicini di casa. Vale a dire, l’estrema conseguenza del capitalismo: la vita intera, e i suoi spazi liberi, diventano così un bene valutabile in termini puramente economici. - Ma già lo è! - qualcuno potrebbe ironicamente osservare.

Ovviamente non ci riferiamo qui agli effetti immediati di questa importante innovazione, ma a quelli remoti, all’orizzonte; allo stato attuale va riconosciuto il merito di portare idee fresche in un mercato in stallo. L’insidia si trova però nell’implicito meccanismo psicologico che può diventare consuetudine: hai del tempo libero? Metti i tuoi servizi a pagamento!
E’ giusto riflettere senza allarmismi sulla potenziale deriva di questo nuovo modello: considerare ogni spazio personale, ogni rapporto sociale, ogni spazio di condivisione come una possibilità di aumentare i propri introiti, confinando in uno spazio remoto il gesto altruistico e fine a se stesso. E ora, in una fase socio-economica costernata dalla crisi e dalla difficoltà di sbarcare il lunario, questa prospettiva di guadagno “fai da te” può divenire realmente appetibile, aumentandone la sua diffusione e facendo nascere nuovi automatismi comportamentali, socialmente accettati.

Molti economisti e attivisti l’appoggiano, nella convinzione che possa risolvere alcuni dei più spinosi problemi del capitalismo: spreco di risorse, sovrapproduzione e inquinamento, introducendo pratiche di riuso. Si parla di transizione a un’era “post-materiale”, più sostenibile, dove la felicità della condivisione soppianterà la felicità del possesso. Tuttavia, alla base troviamo la stessa illusione che ha portato a creare, nel secolo scorso, modelli economici che si contrapponessero al capitalismo: un sistema in cui i rapporti umani non fossero subordinati dalla logica del profitto. Questi esperimenti, come è noto, fallirono, o quantomeno non raggiunsero i risultati auspicati.
L’idea della sharing economy potrebbe portare a un modello sociale innovativo e più sostenibile, se monitorato e organizzato: ognuno può divenire produttore di merci e di servizi, bypassando i monopoli e le logiche della filiera lunga. Tuttavia le aziende leader nel settore della sharing economy sono l’avamposto del capitalismo più sfrenato, che riesce a ricavare profitti incredibili dove nessuno aveva creduto. Il tutto ponendo maschere di ideali e creando eserciti di “mini imprenditori” - quintessenza del precariato più estremo.

L’esempio di Uber, paladina contro la lobby dei tassisti, è significativo: i clienti possono richiedere, attraverso un’app dello smarthpone, un autista privato che metta a disposizione il suo veicolo. Il prezzo per l’utente è più vantaggioso, ma ci sono costi che Uber non deve sostenere: l’assicurazione dei passeggeri, il centralino, i sistemi di sicurezza.
L’azienda di sharing trattiene il 20 per cento del prezzo di ogni corsa, una percentuale molto alta alla luce del solo servizio di intermediazione, e con costi e investimenti molto più bassi rispetto a un’azienda tradizionale - trattandosi della gestione di un’app di uno smartphone. Si può chiaramente vedere che ci troviamo di fronte a una “zona grigia”, dai contorni in fase di definizione e con possibilità di emulazione in molti altri settori. Si alimenta anche il precariato, sotto una parvenza di autonomia e indipendenza lavorativa, con forti riserve anche sulla qualità del servizio offerto: potenziali spirali al ribasso per limitare i costi ed essere maggiormente concorrenziali.

Questo blog non rappresenta in alcun modo una testata giornalistica, in quanto non viene aggiornato periodicamente e perciò non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.

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